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Buongiorno a tutti

Marco_Lazzarini

Nuovo lettore
Sono Marco Lazzarini, classe 1969 ed ho appena terminato il mio primo racconto! :)
Sono alla ricerca di lettori lettori/lettrici a cui inviare (in modo gratuito) una copia del mio racconto "Il viaggio" in cambio di una sincera recensione.

Il libro, scritto sotto forma di diario, racconta la storia di un monaco della fine del 1200 che, costretto ad abbandonare il suo isolato eremo, intraprende un lungo viaggio attraverso il mondo degli uomini. Tra villaggi sconosciuti e casuali incontri, il frate seguirà l'invisibile ed imprevedibile via tracciata dal destino, o come direbbe il protagonista “dalla volontà di Dio”.

Allego un breve estratto in pdf per far capire lo stile.

Se interessati potete scrivermi qui, oppure in privato se non infrange le regole del forum.

Grazie per l'attenzione e buone feste!
Marco
 

Allegati

Marco_Lazzarini

Nuovo lettore
Pubblico qui una parte dell'estratto :)



Eremo di Caprasiobe
Anno Domini 1281

La calda luce della candela illumina le mie nodose mani ed incuriosito ne osservo i dettagli come se le vedessi per la prima volta, poi mi lascio catturare dalle tremolanti ombre che sembrano danzare assieme ai fiocchi di neve che scivolano silenziosi oltre la finestra.
Dalla cella, alto come un uccello, osservo il meraviglioso creato dell'Iddio: sta albeggiando ma nella fievole nuova luce brillano ancora i fuochi lontani della pianura. Nel silenzio del giovane giorno mi giungono delicate le voci dei confratelli: alcuni pregano, alcuni lo hanno già fatto ed altri lo faranno. Con un soffio la luce gialla della candela muore dopo un breve sussulto e quella fredda del cielo subito mi avvolge. Richiudendo il libro delle preghiere ho particolare cura nel non rovinarne la copertina che, un tempo riccamente decorata, oggi si presenta come un modesto rettangolo di liso cuoio. Compagno della notte, lo lascio riposare nella nicchia assieme al piccolo ritratto di nostro Signore Gesù e alla piccola croce di legno scuro, tutti doni dei miei cari genitori.
Uscito dalla cella, giungo negli spazi comuni ove conosciuti odori mi accompagnano assieme all'eco dei miei passi. Prudentemente mi reggo al corrimano mentre attraverso la vecchia scala: tanti, troppi anni sono passati tra questi scalini. Per un istante mi fermo e penso ai numerosi alberi caduti sotto i colpi della scure per la loro costruzione e me ne dispiaccio.
Durante questo primo camminare non incontro nessuno al mio passaggio: intravedo solo attraverso i deformanti vetri le nere sagome dei corvi, oggi stranamente silenziosi ed immobili.
Un grande tavolo di legno ricamato da infinite arzigogolate venature mi accoglie in cucina. Sedutomi al suo fianco mi accorgo per la prima volta delle numerose incisioni abbandonate dagli intagliatori nelle pietre del pavimento. Ultime testimoni del duro lavoro degli uomini. Resistono solo all'ombra del pesante legno, tutt'intorno sono scomparse, cancellate dall'incessante calpestio dei frati nei secoli. Dopo aver fantasticato su chi fossero queste antiche genti, ringrazio il Signore Misericordioso per il cibo che ho innanzi ed inizio la colazione: latte caldo con ondeggianti pezzi di pane duro come i sassi.
La neve intanto, mai stanca, continua a cadere: è da tre giorni che si accumula pesantemente sui tetti.
E' mezzo dì quando, completate le mansioni giornaliere, iniziamo ad ispezionare i soffitti delle stanze, timorosi per il nuovo peso che grava su di essi. Purtroppo, come in un racconto di paese, l'ultima stanza controllata ci regala l'amara sorpresa: alcune travi sono pericolosamente incurvate e minacciano di cedere. Dobbiamo risolvere il prima possibile questo problema, non possiamo permetterci di compromettere le scorte di cibo custoditevi.
Con grande fatica svuotiamo la stanza e puntelliamo il soffitto con robusti pali in attesa di poter effettuare una riparazione definitiva e duratura nella bella stagione.
Esausti, terminiamo al calar del sole in tempo per il pasto serale.
Seduto assieme ai fratelli al grande tavolo della cucina, assaporo a piccoli sorsi la bollente zuppa di castagne ed orzo, quando il rumore di un tonfo rompe l'assoluto silenzio ed attrae la nostra attenzione. Non riuscendo a capirne la fonte, ogni uno di noi guarda in una direzione diversa e nel mentre immagina il cedimento del tetto in una qualche stanza. Poi però il suono si ripropone con ritmo costante, dipanando il mistero: qualcuno sta bussando al portone. Frate Antelmo si avvia, con noi al seguito, verso il portone. Chi mai può bussare alla nostra porta nel buio di una nevosa notte?
Scostato il pesante legno, tra fiocchi di neve fitti come non mai, scorgiamo un uomo dall'aspetto malconcio e tremolante di freddo che chiede riparo per la notte.
Lo invitiamo ad entrare, gli offriamo caldo cibo e dell'acqua ma egli gentilmente declina, dice di essere talmente stanco che desidera solo dormire. Desiderio che viene subito esaudito accompagnandolo in una cella libera.
L'abituale, rigoroso, silenzio del monastero ormai è rotto: eccitati dall'inusuale avvenimento formuliamo infinite ipotesi sul nostro ospite.
Mentre osservo i compagni cercare negli occhi altrui le risposte alle loro domande, la stanchezza accumulata nel giorno mi suggerisce di ritirarmi nella mia cella ove, dopo le consuete preghiere, mi addormento.

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Sta per albeggiare quando mi sveglio, fuori il mondo ancora dorme. Con le dita gonfie di freddo mi sforzo di scrivere sul diario ma ho difficoltà e decido di indossare un'altra pesante stoffa, che come il mantello di un re decaduto va ad adornare le mie spalle. Ed è con questo nobile aspetto che mi avvicino alla finestra per osservare il mondo ma altro non vedo che la neve cadere.
Giunto in cucina trovo il viandante seduto al mio posto e sono così costretto, dopo molti anni, a cambiare sedia ed abitudini. Scelgo di sistemarmi in disparte, in penombra, in modo da poter osservare l'ospite senza essere visto o almeno questo è ciò che io spero. L'uomo, seppur stanco dal viaggio, ha uno sguardo vispo e curioso. I suoi neri occhi brillano di luce.
Mi vien difficile decifrare la sua età, in alcuni momenti sembra poco più che ragazzo, in altri invece sembra essere suo padre. Spostato lo sguardo sui logori cenci che indossa, noto che questi un tempo dovevano essere degli abiti assai lussuosi e riccamente ricamati. Di certo l'aspetto dell'uomo non è quello di un nobile signore piuttosto quello di un brigante in fuga. Che li abbia rubati? Durante questo mio fantasticare altri fratelli ci raggiungono, alcuni iniziano il pasto mentre altri recitano le preghiere. Io, congiunte le mani e socchiusi gli occhi, mi unisco a questi ultimi.
Come era prevedibile la regola del silenzio è stata presto infranta, spinti dalla curiosità i fratelli non hanno resistito a parlare allo straniero.
Costui risponde con difficoltà, come se la nostra lingua non fosse la sua ma sempre con un bel sorriso. A dispetto della mia ipotesi egli non è un ladro ma il discendente di una nobile casata, situata molto a nord dell'eremo, che nel 1270, spinto da alti ideali cristiani, si unì alla spedizione organizzata dal re Luigi IX e dal Santissimo Padre Clemente IV per la diffusione del verbo dell'Iddio Misericordioso a quei popoli che hanno smarrito o rifiutato la giusta Via. Durante questo suo viaggio, il pellegrino si affascinò al pensiero di un eremita conosciuto nelle alte montagne di una lontana isola chiamata Kypros e da quel momento abbandonò i suoi compagni di ventura e praticò una vita ascetica da eremita.
Questa sua scelta lo condusse alla ricerca della Verità, "quella Verità che è intorno a tutti ma che nessuno riesce o vuole vedere". Aggiunse poi di aver trovato ciò che cercava e che quindi era giunto per lui il tempo di ritornare agli affetti della casa delle sue origini, qui nel Regno di Francia.
Noi tutti gli chiediamo più volte quali Santi o Angeli siano apparsi nel suo pellegrinare ma riceviamo solo incomprensibili risposte con nomi a noi sconosciuti. Però lo ascolto piacevolmente e come un bambino a cui narrano una bella storia ho il viso adorno di un leggero sorriso, la testa leggermente inclinata e adagiata tra le mani ed i gomiti saldamente poggiati al tavolo. Chi mi osserva leggerà nel mio volto, immagino, la tipica espressione da sognatore.
Sono nel chiostro a spalare la neve quando la luce del sole si spegne ed il gelido vento s'impadronisce della sera. Mi rifugio al tepore del fuoco della cucina.
 

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